Passa ai contenuti principali

13. I Dialoghi teoretici: frutto di una segreta disillusione o rimando a qualcos'altro? (2)

Siamo quindi giunti ad una fase tarda della vita di Platone. Da decenni, dicevamo nel post precedente, ha aperto l'Accademia, che attrae ormai menti brillanti da tante parti del mondo greco: alcuni giovani studiosi vi entravano per motivi di formazione e vi si trattevano poco tempo; altri vi rimanevano per anni, diventando a loro volta maestri delle varie discipline scientifiche, matematiche e logico-dialettiche che vi si insegnavano/praticavano/sperimentavano tramite il confronto. Nell'Accademia non vige alcun rapporto di sudditanza intellettuale, ciascuno è invitato e stimolato a dire la sua: gli stessi punti di vista del fondatore sono quindi oggetto di discussione, critico esame, obiezione. Forse Platone è stanco, soprattutto dopo il suo ultimo tentativo a Siracusa; forse invece no: i critici ne hanno un'immagine totalmente diversa a seconda di come lo leggono. In ogni caso, sta invecchiando: immaginiamocelo 60 anni; ne vivrà altri venti e continuerà a scrivere. Compone opere che potremmo dividere in due gruppi: quelle prettamente teoretiche in una prima fase, quelle prettamente politiche in una fase successiva - chiaramente l'elemento teoretico-dialettico sarà presente anche nelle opere finali, così come l'istanza etico-politica è sempre alla base di tutta la produzione platonica.

Occupiamoci delle opere prettamente teoretiche. Io qui cercherò di dire di questi Dialoghi il minimo necessario per far capire la complessità dei problemi di esegesi.


PARMENIDE: Abbiamo nominato questo Dialogo nel post precedente notando che esso è considerato il più enigmatico tra gli scritti di Platone. Il Parmenide è connesso ad altri testi di cui Platone ci suggerisce l'ordine di lettura perché li presenta come racconto di conversazioni immaginarie avvenute in passato in giornate immediatamente successive tra gli stessi personaggi: Teeteto-Sofista-Politico. Socrate vi assume un ruolo diverso dal solito. Nel Parmenide è raccontato un incontro del tutto fittizio tra Socrate ragazzo con Parmenide e Zenone: vengono addirittura forzate le età dei personaggi in modo da rendere la cosa (letterariamente) credibile. Ad un personaggio viene dato il nome di Aristotele, specificando subito dopo, essendo il Dialogo uno di quelli "raccontati" (quindi l'autore disperde la sua responsabilità dietro ai diversi piani temporali ed a diverse voci) in un tempo posteriore alle date in cui si immaginano essere avvenute le conversazioni, che si tratta di "quell'Aristotele che divenne uno dei Trenta Tiranni": ma dietro questi artifizi potrebbe effettivamente darsi che tale personaggio rappresenti tesi e critiche che Aristotele muoveva alle Idee di Platone dall'interno dell'Accademia e che l'autore abbia ben pensato quindi di rappresentarlo con il suo nome, giocando con le date - si ricorda che alla metà del V secolo a.C. Aristotele non avrebbe mai potuto essere presente ad un incontro neppure immaginato tra Socrate e gli Eleati ad Atene, dal momento che a quel tempo non era neppure nato.

Faccio notare queste notizie per far capire il gioco di rimandi, nomi, date, personaggi che Platone fa nel testo già a questo più immediato livello. Nella finzione, chi racconta riferisce di un tempo appunto lontano, un tempo in cui Socrate, ancora giovane ed alle prese con la definizione della teoria delle Idee (che sappiamo in realtà non essere mai stata di Socrate, ma di Platone), avrebbe incontrato l'anziano Parmenide ed il suo più giovane discepolo Zenone. Il punto di vista è ontologico. Qui è il maestro anziano che interroga Socrate, e, nel farlo, assume punti di vista che, pur attaccando le Idee (principi conoscitivi fondamentali posti su un piano metafisico, ma articolati in molteplicità), non sono punti di vista fedeli all'Eleatismo. Socrate non è pronto a rispondere (per esempio ad una delle domande apparentemente più banali e probabilmente riflettenti obiezioni di alcuni Accademici: "Se le Idee davvero esistenti in una dimensione immateriale replicano le essenze del mondo materiale, esiste anche l'idea del fango?").

Al di là del contenuto del testo, faccio notare che:

a) se intendiamo il Parmenide come opera che PRECEDE la sequenza degli altri Dialoghi teoretici - Parmenide + Teeteto-Sofista-(Politico) - potremmo leggere quelli come la risposta allo smarrimento iniziale del giovane Socrate quasi intimidito davanti all'anziano Parmenide. E siccome nel Sofista è introdotto un personaggio, lo Straniero di Elea, che sembra portatore di tesi che annullano le basi della tradizione eleatica, si potrebbe concludere che il senso di quella successione sia presentare la dottrina delle Idee messa ormai a punto da un Socrate (che mai la concepì) nella fase finale della sua vita come superamento della Scuola di Elea - salvo il fatto che i testi in realtà non presentano una dottrina perfettamente sistematizzata. Questa, la posizione del fiducioso Reale, che mette in campo le lezioni orali e la VII Lettera per risolvere le evidenti aporie degli scritti;

b) posizionando un Socrate ammutolito da Parmendide  DOPO aver letto gli sforzi, le ipotesi, le confutazioni dei tre Dialoghi in sequenza - Teeteto-Sofista-(Politico) + Parmenide - la sensazione di smarrimento psicologico è forse maggiore e la domanda lasciata aperta acquisterebbe per noi un significato diverso. Forse.


TEETETO: Altro Dialogo raccontato in un momento posteriore, come ricordo di Socrate, ormai morto, sapiente maestro e di Teeteto, giovane matematico realmente esistito (famoso ai suoi tempi e morto prematuramente). Il problema del Dialogo verte intorno alla definizione di "scienza", che significa poi riconoscere o meno all'uomo la possibilità di conoscenza. E' uno dei Dialoghi più citati dalle interpretazioni scettiche di Platone.

Già la premessa del Teeteto ci lascia di stucco: il maestro di Teeteto, Teodoro, parlando con Socrate, confessa di avere timore che, segnalandogli il giovanissimo Teeteto come mente dalle potenzialità eccellenti, il suo giudizio obiettivo di maestro matematico possa essere frainteso come condizionato da un'attrazione fisica verso il ragazzo - che, specifica Teodoro, fortunatamente non è particolarmente bello. Ci stupisce leggere questo, alla luce di tutto quello che abbiamo letto e detto a proposito del Simposio e del Fedro. Forse, l'affermazione ci stupirebbe di meno tenendo presente che il Dialogo è stato scritto appunto dopo la Repubblica, in cui Platone si preoccupa di descrivere un modello di Stato ideale nel quale i cittadini, divisi in classi sin dalla più tenera età, vengono educati a cura dello Stato in modo tale che essi, realizzando le loro predisposizioni naturali, possano servirlo al meglio. Con questo obiettivo bene in mente, Platone toglieva lì importanza ai legami personali, sia per quanto riguarda la parentela, sia per quanto riguarda i sentimenti, al punto da parlare, almeno per le prime due classi, di comunanza di donne e figli e di procreazione regolata dalle leggi dello Stato e basata sul criterio della selezione (eugenetica). Esperti si occupano anche della selezione dei bambini da assegnare alle diverse classi, e di quella, lungo il loro percorso formativo, delle menti eccelse che dimostrano le doti per assumere un giorno le redini della Città ideale.

Ora, nel Teeteto non può essere casuale il fatto che Socrate sia presentato come un maestro sapiente che, presentendo nel ragazzo una mente eccezionale, spiega al giovane Teeteto il significato del suo metodo maieutico e lo invita a mettersi alla prova. La maieutica era stata prima applicata con ironia o nella forma di confronti basati sulla confutazione, non in questi termini!

L'occasione del Dialogo è perciò un test a cui Socrate sottopone il ragazzo. Ciò offre lo spunto di analizzare teorie della conoscenza. Si critica di nuovo il relativismo protagoreo sulla base dell'inattendibilità delle impressioni sensoriali fugaci e l'indeterminatezza delle cose del mondo, inserite, come voleva Eraclito, in un flusso in continuo movimento: "conoscere" non può avere come criterio questi due elementi instabili, quindi non è l'uomo "la misura di tutte le cose", ma lo può essere solo il Filosofo, che mira alla, quindi "vede" la, Verità. Egli è l'unico capace di emettere giudizi obiettivi/oggettivi/competenti/veri, e che può quindi evitare anche quelle conseguenze etico-politiche a cui il relativismo sofistico. Quindi è il Filosofo, vero uomo virtuoso e vero uomo politico, a poter e dover essere la guida esemplare della vita e delle leggi della Città  (l'argomento è ripreso poi nel Politico, opera politica, e nel Filebo, opera etica). Il messaggio è il medesimo della Repubblica: la comunità umana, creazione e conseguenza delle scelte umane, deve essere atta a fornire stabilità, armonia e sicurezza ai suoi membri ed un tale risultato non può essere frutto dell'operato di chi si basi su criteri di valutazione soggettivi.

Il Dialogo, presentato come un "test", si interrompe senza concludere il discorso sul problema della definizione della conoscenza, quindi della definizione delle Scienze altre dalla Filosofia, e, se vogliamo, della Filosofia stessa. Il Filosofo mira alla Sapienza: va bene, ma egli non è ancora sapiente: la sua vita è una corda tesa verso la Verità che non smette di ricercare. Ma se la Verità non è neppure alla sua portata come un "possesso", quale è lo status delle altre Scienze, che sono inferiori alla Filo-sofia? La conclusione rimane aporetica. Socrate dice che deve andare a vedere di cosa si tratta la notizia di una denuncia fatta nei suoi confronti da Anito (siamo proiettati negli ultimi giorni della sua vita)e tutti si ripromettono di incontrarsi di nuovo.


SOFISTA: Al Teeteto segue direttamente il Sofista, concepito come una ripresa della conversazione con gli stessi personaggi, a cui si aggiunge un Parmenideo anonimo, personaggio fittizio presente anche nel Politico, il Dialogo seguente: lo Straniero di Elea. Socrate lo invita a discutere/interrogare il giovane Teeteto, il promettente matematico da lui stesso interrogato la sera precedente, e, pur rimanendo virtualmente presente alla conversazione, non interviene. L'occasione è quindi sempre il test di una giovane mente messa alla prova, stimolata a ragionare: lo spunto è, guarda caso, il riconoscimento e la confutazione del Sofista tipico, contro il quale lo Straniero di Elea usa l'argomento delle Idee in quanto Verità essenziali ed assolute - da notare, al plurale. Il testo è impegnativo.

1) noi sappiamo che il Parmenide storico aveva negato il "non essere" ed il movimento, i suoi punti fermi di riferimento erano Unità ed Immobilità dell'Essere assoluto;

2) in questo testo, lo Straniero sostiene la possibilità del "non essere" in quanto "non essere vero/essere diverso dal vero": l'obiettivo è sostenere dialetticamente, come possibilità, l'esistenza di una proposizione falsa, che è una negazione del vero e che quindi, nei termini assoluti della logica parmenidea, sarebbe impossibile - per Parmenide il "non essere non è", punto e basta;

3) i Sofisti giocavano con le parole ed erano esperti di dialettica: accusato di dire il falso, un Sofista accorto avrebbe potuto usare l'argomento parmenideo ("il non essere non è") per dimostrare argomentativamente che il falso (=ciò che non è) non è possibile che sia;

4) ===>>> quindi lo Straniero di Elea dimostra che esiste un'accezione del non essere che è possibile: l'essere diverso da. In altre parole, la proposizione "la mela non è un carciofo", pur contenendo una negazione è sempre vera, possibile. Si tratta in sostanza di riconoscere i due usi del verbo "essere": come predicato verbale ("esistere") e come predicato nominale (in quanto copula, esso perciò implica la relazione, quindi la molteplicità).

Facendo questo, però, noi non ci troviamo più di fronte ad un Essere inteso come Unicità in sé della dottrina di Parmenide, ma a molteplicità distinte che, singolarmente, possono mantenere le qualità di distinzione, separazione, immobilità e unità essenziali dell'Essere parmenideo, ma che non sono quello. Ciò che fa Platone è mettere in bocca ad un Eleata la propria dottrina delle Idee e, così facendo, nota Reale, gli fa distruggere alle basi l'Eleatismo che dovrebbe rappresentare. Platone espone anche un excursus di tutta la storia delle tradizioni filosofiche precedenti. Poi, parla di Uno come Principio del Finito (che de-finisce, dà limite, contorno), inteso quindi in termini non eleatici, ma pitagorici, e di Diade dell'infinitamente grande e infinitamente piccolo, il Principio della materia illimitato; di mescolanze dei due Principi, che sono Numeri/Proporzioni da cui poi deriveranno le Idee come essenze unitarie e definite in sé; di una causa che determina la mescolanza; della serie numerica che sta su un piano inferiore rispetto alle Idee. Si potrebbe obiettare che le Idee erano state date come eterne, immobili ed ingenerate. Pare che cercare consistenza e sistematicità in questi argomenti e nella dottrina delle Idee in generale basandoci perlomeno sugli scritti sia opera vana: teniamo conto che, come si diceva nel post precedente, addirittura è stato pensato che Platone abbia qui fatto dell'autoironia, complicando il discorso sino al punto dell'autoannullamento.

Per una presentazione del testo più autorevole, Prof. Fronterotta,  https://www.youtube.com/watch?v=YSZbloT8LVU
Aggiungo qui una lezione scolastica basata sull'assunto dell'interpretazione gerarchica della dottrina delle Idee, cosa che abbiamo visto non essere accettata da tutti. Ciononostante, per comprendere il modo in cui allora si potrebbe intenderla, ritengo che questo link sia molto utile: prof. Tassi (di un Liceo Scientifico di Milano) https://www.youtube.com/watch?v=sKa-ZdfmR0M


Ma perché Platone ha scritto questi testi così strani e diversi, puramente dialettici, dove Socrate finisce per non parlare più, per poi rimettersi a scrivere testi con miti e racconti avvincenti? Come spiegarsi il senso dell'esistenza, nel corpus platonico, di queste tre opere teoretiche fatte di argomentazioni ed ipotesi che si annullano a vicenda?

Come ho detto, prima della Repubblica la tensione era rivolta verso l'alto (dal molteplice verso l'Unità) con l'entusiasmo di chi cerca criteri universali ed assoluti per spiegarsi la confusione ed il disordine attraverso una loro semplicazione "essenziale". Se il periodo posteriore lo intendiamo come "tempo di verifiche", ovvero se si leggono queste opere come esamina della teoria delle Idee dai punti di vista sia ontologico che gnoseologico (dell'essere e della possibilità di conoscenza) accennati in questo post, le cose non tornano, e questa conclusione sembra assodata: tornano solo per chi, come Reale, le allinea con la prospettiva del Fedro, che suggeriva il testo scritto unicamente come "promemoria" di un tipo di formazione totalmente affidata all'oralità. Eppure, se fu fedele al suo maestro Socrate, Platone non avrebbe mai potuto in realtà sostenere un insegnamento/formazione avente per oggetto una sapienza determinata - anche se, a differenza di Socrate, lui una scuola la aprì e parlò chiaramente di curriculum di studi in cui discipline quali la Musica e l'Astronomia erano considerate propedeutiche alla Geometria ed alla Matematica, e questa alla Dialettica. Anzi, a questo curriculum ed alla formazione dei cittadini egli dedicò pagine e pagine sia nella Repubblica che nella sua ultima opera, le Leggi.

Ora, in queste opere un dato salta agli occhi: non si hanno più contrapposizioni tra due sostenitori di tesi forti, ma coppie di adulto maestro-giovane da educare alla DIALETTICA, quel metodo che verifica la plausibilità argomentativa delle tesi sostenute dal pensiero razionale e che ora diventa il nucleo centrale del (COME) FAR FILOSOFIA.

In altre parole, la Filosofia al tempo di Platone cominciava ad essere cosciente di non essere definibile attraverso i diversi oggetti di cui si può occupare (il discorso sull'anima o "Psicologia" - intesa, chiaramente, in termini non moderni; il discorso sul comportamento umano o "Etica"; il discorso sul governo o "Politica"; il discorso sulla Natura o "Fisica"; il discorso sul Cosmo o "Cosmologia"; il discorso su ciò che va oltre il mondo dei Fenomeni o "Metafisica"; il discorso sull'Essere o "Ontologia"). Una cosa però accomuna tutte queste diverse trattazioni, così come l'Idea platonica è ciò che accomuna e definisce gli enti a cui si riferisce e quel qualcosa è il modo razionale, il logos, in cui di queste cose si parla.

Se Filosofia, come voleva il "so di non sapere" di Socrate, non è trasmettere contenuti dogmatici di una sapienza data di cui si è continuamente alla ricerca, è proprio il modo di quella ricerca ad essere fattore determinante e ciò a cui si deve educare una giovane mente.

 Al di là dei contenuti più complessi che potrebbero, perché no, anche rimandare a dottrine non scritte, noi potremmo allora leggere questi testi come MANUALI PEDAGOGICI per dare esempio di come un giovane promettente possa e debba essere educato da un maestro:

1) a cogliere il disordine della realtà sensibile e riconoscere l'inerente inattendibilità sulla quale si fondano le varie ed opposte opinioni,

2) ad allenare il suo pensiero a seguire un rigoroso ragionamento fatto di argomentazioni che prendono in esame ipotesi contrarie e ne rilevano punti di forza e di debolezza.

Il legame con l'istanza educativa implicita in tutto il pensiero sia socratico che platonico, sistematicizzata nei curricula della Repubblica e delle Leggi, sarebbe in tal modo evidente, e questi scritti diverrebbero i testi emblematici di ciò che Platone intendeva per formazione delle buove generazioni destinate a diventare la futura classe dirigente. Spero di non aver scritto una mostruosità.


Un link che ha stimolato la mia riflessione: https://www.youtube.com/watch?v=-nqzHeKJd5g

A motivo della sua estrema utilità per la comprensione di tale sviluppo, cito il link della raccolta del Prof. Reale https://giuseppecapograssi.files.wordpress.com/2015/03/platone_a_cura_di_giovanni_reale_tutti_gli_scribookzz-org.pdf:

Parmenide - pag 373

Teeteto - pag 191

Sofista - pag 261

Per chi voglia leggere questi testi senza linee guida preconcettei:

Parmenide: http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Parmenide.pdf

Teeteto: http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Teeteto.pdf

Sofista: http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Sofista.pdf


Cristina Rocchetto

Commenti

Post popolari in questo blog

Un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015

Da oggi fino alla prova preselettiva sulla seguente pagina facebook un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015 (bando previsto entro fine marzo, secondo il decreto Milleproroghe), ogni giorno alle ore 9.  La soluzione verrà pubblicata almeno un giorno dopo. https://www.facebook.com/nuovoconcorsodirigentiscolastici

Elogio di Galileo dall' Adone di Marino - di Carlo Zacco

Marino - Adone Canto X - ottave 42-37 Elogio di Galileo
42 Tempo verrà che senza impedimento queste sue note ancor fien note e chiare, mercé d'un ammirabile stromento per cui ciò ch'è lontan vicino appare e, con un occhio chiuso e l'altro intento specolando ciascun l'orbe lunare, scorciar potrà lunghissimi intervalli per un picciol cannone e duo cristalli. - Impedimento: ostacolo;  - note: caratteristiche;   note: conosciute e comprensibili: paronomasia;    mercé: grazie a;    - intento: attento;  - specolando: osservando;  - scorciar: abbreviare; 43 Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l'opra composta, l'opra ch'al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l'oggetto accosta. Tu, solo osservator d'ogni suo moto e di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che vel nulla ne chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda. - per te: per opera tua;  - fia l’opra comp…

Sciatteria nelle nomine delle commissioni esami di stato - di Paolo Marsich

Per dare un’idea della serietà con cui i burocrati del Ministero dell’Istruzione gestiscono l’Esame di Stato (ex Maturità), basterebbe considerare questi esempi di come sono state composte le commissioni: a esaminare in Storia studenti di indirizzi liceali e tecnici in cui la materia viene insegnata dal docente di Italiano (classe di concorso A050), sono stati mandati docenti di Italiano e Latino (classe A051) che, per quanto in possesso di abilitazione anche all’insegnamento di Storia, ottenuta magari trent’anni fa, Storia al triennio non l’hanno mai insegnata; viceversa a esaminare in Italiano e Latino studenti del Liceo Scientifico sono stati mandati insegnanti privi di abilitazione in Latino (classe A050). E ancora, a esaminare in Letteratura italiana studenti dei licei classici sono stati mandati insegnanti di Greco e Latino (classe A052) che, per quanto in possesso di abilitazione anche in Italiano, ottenuta anche questa magari trent’anni fa, Letteratura italiana al triennio no…