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8. Lontano dai Sofisti, alla ricerca della misura di tutte le cose

Dalla riforma detta democratica di Clistene (565-492 a.C.), tutti i cittadini liberi di Atene erano stati suddivisi in 10 tribù; ciascuna tribù era costituita da 3 trittìe (abbiamo quindi un totale di 30 trittìe), ciascuna formata a sua volta da vari demi distribuiti nei 3 distretti regionali (urbano, dell'interno e della costa). In tutto, i demi erano circa 150. Ogni giovane apparteneva ad un demo per nascita, ma vi era ufficialmente registrato al compimento del 18°anno di età con una cerimonia di solenne giuramento. Quando si parla di "democrazia ateniese" si intende più propriamente il fatto che all'Ecclesìa, l'Assemblea popolare (= dei demi), erano invitati a partecipare tutti i cittadini (maschi, liberi) del territorio. Ogni tribù annualmente sorteggiava 50 rappresentanti che andavano a far parte del Consiglio dei 500 (Bulè). Il fine di Clistene era stato quello di spezzare il potere tradizionale a base regionale delle fratrie (che invece raccoglievano famiglie della stessa estrazione sociale), cercando di mescolare in maniera più equilibrata la popolazione ed il suo peso politico, dal momento che, a seconda del luogo della residenza (città, costa o entroterra), l'economia cambiava (aristocratici in città, ceto medio legato ad un'economia marina sulla costa, piccoli proprietari terrieri nella parte più interna e montuosa). Il metodo del sorteggio, che voleva evitare la corruzione insita nel metodo elettivo (facile per chi aveva disponibilità economica comprarsi voti), si permetteva di assumere un ruolo amministrativo a tutti, comprese persone non esperte e competenti. Solo i 10 strateghi, capi militari a cui si doveva la difesa della città, venivano invece eletti tra quelli considerati più validi.


La riforma di Clistene aveva potenzialmente aperto la carriera di rappresentanza politica a tutti i cittadini dei demi, ma in realtà si dedicava a tale occupazione solo chi si poteva permettere di mantenersi senza lavorare per il periodo della sua carica. Pericle (495ca-429 a.C.) aveva quindi apportato una fondamentale modifica: aveva istituito un salario, che permetteva a chiunque cittadino di svolgere per un periodo di tempo un ruolo politico. Le polemiche contro il sistema democratico e del sorteggio, basate essenzialmente sul concetto di "competenza", si erano quindi proporzionalmente esacerbate. La generale situazione interna ad Atene si era fatta instabile già prima della morte di Pericle - erano stati allontanati dalla città personaggi quali il filosofo naturalista Anassagora e probabilmente Protagora, portata in Tribunale la sua amante Aspasia e condannato al carcere, dove morirà, il grande scultore Fidia: si può anzi dire che la Guerra del Peloponneso fu una mossa politica di Pericle per riguadagnarsi il consenso popolare attraverso una speranza di nuova ricchezza. Per il seguito, mando alla relazione del Prof. Canfora segnalata nel post 1
.

Questa premessa storica è fondamentale per comprendere perché l'Atene del V sec. a.C. aveva attratto maestri di retorica, detti in generale Sofisti. Essi, in cambio di denaro, educavano il giovane a parlar bene, ovvero a sapersi esprimere e a saper fare presa sugli ascoltatori, cosa che aveva due immediati risvolti pratici in questa città "democratica": poteva aiutare il giovane a diventare un buon oratore e quindi far carriera politica, elevandosi sugli altri e segnalandosi nell'Assemblea popolare; inoltre, a causa dei numerosi processi che si tenevano e del fatto che ad Atene ciascun cittadino doveva parlare per sé (non esisteva la figura dell'avvocato), molto lucrosa era la carriera del "logografo", letteralmente lo "scrittore di discorsi", colui che scriveva discorsi che il singolo avrebbe poi pronunciato in Tribunale per accusare di un torto qualcuno o per difendersi. Lisia, nominato nel Fedro, era per l'appunto un logografo.


I Sofisti non davano ai concetti che usavano una definizione stabile ed anzi fondavano la loro arte sulla capacità di riuscire a sostenere per ogni cosa anche il suo contrario, dal momento che il loro fine, come ripeterà Platone nei vari Dialoghi a loro dedicati, era unicamente persuasione e successo, e non la Verità. Questa ambivalenza delle definizioni permetteva loro di ribaltare il senso dei discorsi con il conseguente effetto corrosivo della tradizione, che associava la parola al pensiero della cosa, quindi al suo essere. Della crisi di valori si incolpavano le tesi relativistiche e materialistiche di questo movimento di pensiero disparato, che potrebbe essere inteso come "Illuminismo ateniese": senza la loro breve stagione non ci sarebbe stato quel senso di smarrimento tanto profondo da far nascere l'urgenza, sentita da Socrate e Platone, di proporre un qualcosa di alternativo e più convincente sia rispetto alla tradizione ormai superata che rispetto al relativismo.


Distinguendosi da costoro, Socrate si era posto il problema della ricerca di una definizione stabile delle cose di cui si dice di aver competenza: in particolare, della definizione dei comportamenti sociali, poiché il suo interesse era (ri-)educare gli Ateniesi ad un comportamento sociale congruente ovvero razionale ovvero giusto in un momento di grande crisi dei valori tradizionali ed instabilità politica e sociale - siamo in piena guerra del Peloponneso, lo ricordo. Egli aveva appreso dai Sofisti l'arte della dialettica (a causa di ciò, i più superficiali lo confondevano con loro), ma il confronto dialettico tra due intelligenze, a parer suo, non deve produrre la negazione reciproca di due tesi opposte, come erano arrivati a concludere i Sofisti. Esso, il confronto, deve invece portare due intelligenze insieme, in una prospettiva dinamica, a giungere alla visione di una conclusione retta, lì dove nessuno dei due è il sapiente che sa già prima di parlare il contenuto ultimo di quella conclusione: è semmai vero che il più ragionevole, stimolato dagli errori delle argomentazioni del suo interlocutore, è stimolato a correggerle avviando il discorso, tramite una serrata confutazione, verso un procedimento più corretto. Il dia-logo tra due esseri umani, la dimensione della socialità, è per Socrate irrinunciabile, così come sarà irrinunciabile per Platone il costante rapporto di comunicazione tra i diversi piani, o livelli o dimensioni della sua visione globale del reale: la Verità è per entrambi tensione, ricerca/scoperta in quanto disvelamento, come vuole l'etimo della parola greca, e non una forma di sapienza acquisita e trasmissibile.


I primi Dialoghi di Platone vedono il suo maestro alle prese proprio con questi temi: cosa è il coraggio (ma anche l'amicizia, la temperanza, il rispetto verso gli dèi, la sapienza, la giustizia...). Indicherei come esempio un breve Dialogo ritenuto senz'altro giovanile (per il ruolo funzionale di Socrate, la tematica definitoria e la struttura concettuale del testo), il Lachète, dedicato alla definizione del coraggio, dove si trovano nominate figure storiche di generali (uno dei personaggi è addirittura Nicia) e che risulterà di piacevole lettura. Vi si noterà la conclusione apparentemente aperta tipica dei Dialoghi detti aporetici del periodo giovanile: così come probabilmente Socrate faceva con i suoi ascoltatori, questo espediente è usato da Platone per lasciare al lettore il compito di individuare la definizione ripercorrendo con il proprio pensiero il ragionamento fatto. Socrate fondava il procedimento dialettico su ciò che chiamava "maieutica"  (dall'attività di sua madre, levatrice, si intende quel metodo che stimola a far "partorire" dalla propria testa, diciamo, la definizione o il ragionamento corretti, ovvero una conoscenza più precisa di quanto dibattuto), dando con ciò per scontato l'esistenza di una realtà stabile e conoscibile: il problema era solo il raggiungerla/vederla razionalmente.


Se per Socrate educare l'anima significa esercitare questa tecnica maieutica, che "tira fuori, porta a galla, fa nascere" ciò che l'uomo ha già dentro di sé, Platone sentì ben presto la necessità di aggiungere di più, concettualizzare di più, dire, scrivere, giustificare la maieutica, usando un linguaggio particolare, ricco di immagini a tal punto da risultare quasi enigmatico. La sua domanda è: come fa l'uomo a sapere già dentro di sé le cose che non sa? Ed arriva a questa conclusione: "educare" significa "far rinascere, ricordare qualcosa che è dentro l'anima dell'altro, ma di cui non ha più coscienza". Compiendo questo passo, Platone costruisce una visione della Verità da secoli oggetto delle più diverse interpretazioni, ma proprio per questa apertura estremamente affascinante: la spinta che suggerisce vola verso una nuova metafisica dai contorni che lascia sfumati perlomeno nelle opere scritte, e chi cerca di vederli un tantino più delineati si trova per forza costretto ad appellarsi alle dottrine orali, riconoscendo nei testi richiami ed allusioni che altri critici percepiscono diversamente. E' fondamentale tenere presente questo e mi scuso se non faccio altro che ripeterlo.


Alla fine di una sfilza di Dialoghi giovanili del genere nominato sopra, quindi, Platone scriverà tre importanti Dialoghi dedicati a grandi nomi della Sofistica in cui il processo di maturazione di una nuova visione si fa evidente: dalle confutazioni brevi e serrate che riproducevano per iscritto lo stile del Socrate storico, si cede volentieri spazio a momenti basati su risposte discorsive lunghe e composite, che trascendono il piano dialettico e suggeriscono altro; vengono elaborati spunti e tematiche precedenti ed inseriti passi in cui Platone usa un linguaggio immaginoso, suggestivo e pieno di sfumature. In particolare, nel Protagora troviamo, messo in bocca all'omonimo e famoso Sofista che dà nome all'opera, il mito di Prometeo, già appartenente alla patrimonio culturale greco ma qui funzionalmente riadattato al discorso che si svolge tra il Sofista e Socrate sul tema della virtù politica e della sua insegnabilità; nel Gorgia, Dialogo con momenti anche da commedia piacevolissimo da leggere, troviamo il primo mito escatologico di Platone avente per oggetto il destino dell'anima; nel Menone (il personaggio, storico, che dà nome al Dialogo era un allievo di Gorgia) parla esplicitamente di immortalità dell'anima, di reminiscenza (anàmnesi) e delle Idee, tre concetti indissolubilmente collegati tra loro.


In generale, tramite Socrate, Platone confuta i grandi nomi della Sofistica sia dal punto di vista teoretico (essi non hanno vera scienza/conoscenza di ciò di cui parlano), sia dal punto di vista etico-pedagogico (essi non educano i giovani alla vera virtù, poiché non ne posseggono neppure una chiara definizione, quindi formano politici superficiali e profondamente incompetenti, nonché talvolta boriosi), utilizzando spesso una sottile ironia che si esprime sia nel "io so di non sapere, mentre tu sei un grande esperto e mi puoi spiegare...", tipica, a quanto ci risulta, del Socrate storico, sia in sfumature proprie invece di Platone stesso, che fu, lo abbiamo detto, un grandissimo ed abilissimo scrittore i cui testi non sono solo opere di filosofia, ma anche d'arte letteraria.  Non manca, nel Protagora e nel Gorgia in particolare, l'elemento caricaturale, e si sente quasi il sorriso divertito dell'autore nel creare alcuni schizzi: nel Protagora, la presentazione dei Sofisti ammassati nella casa di Callia ed il parallelo tracciato con il viaggio di Ulisse nell'Ade (leggere il passi con il supporto delle note), per esempio; il Gorgia è addirittura spassoso, lì dove il ritmo incalzante delle confutazioni di Socrate portano personaggi quali Polo e Callicle a perdere completamente la pazienza. Mia intenzione qui non è ripercorrere l'elenco di tutti i titoli platonici, ma seguire a grandi linee lo sviluppo del pensiero di un uomo che cercò faticosamente, appassionatamente e forse anche, a tratti, disperatamente nuovi fondamenti da dare al suo bisogno di certezze.


Protagora: Il Dialogo, oltre mettere di fronte a Socrate una carrellata di Sofisti famosi quali Protagora, Ippia, Prodico, contiene una dimostrazione della famosa affermazione socratica "chi compie il male, lo fa per ignoranza": il ragionamento è basato sulla giusta misurazione delle conseguenze positive o negative delle azioni.


Gorgia: che è anche un interessantissimo saggio di etica (lo è anche il Protagora) e contiene, tra i tanti spunti, un giudizio storico di Platone nei confronti di politici del calibro di Temistocle e Pericle, nonché dell'Atene democratica, ed una riflessione sulla scelta di vita di Socrate e l'eventualità del rischio di essere portato in Tribunale.


Menone: qui, dalla dimostrazione che l'uomo possiede in sé conoscenze non acquistate via apprendimento né per natura, il Socrate platonico introduce il concetto di reminiscenza.


Segnalo alcuni link:


Intanto, un link sui Sofisti in generale, una semplice e breve lezione scolastica che li introduce e da cui si può partire per approfondire l'argomento: https://www.youtube.com/watch?v=0tYGRJKIM1E


Spettacolo teatrale tratto dai Dialoghi Protagora, Gorgia e Sofista: https://www.youtube.com/watch?v=3D2gUhgLpKU


Le sottigliezze delle battute e lo sviluppo delle argomentazioni si seguono meglio con il supporto della divisione in parti operata nel testo del Prof. Reale di cui è bene leggere presentazioni, schemi introduttivi e note a fine di ogni testo:
https://giuseppecapograssi.files.wordpress.com/2015/03/platone_a_cura_di_giovanni_reale_tutti_gli_scribookzz-org.pdf

Lachete (pag 713, breve Dialogo sicuramente giovanile, interessante da leggere anche per rendersi conto dell'evolversi di tematiche e stile). Aggiungo qui il video su una lezione scolastica sulla lettura di questo testo: https://www.youtube.com/watch?v=00l6ZuM-ogk

Protagora (pag 805 - il mito di Prometeo è da leggere insieme alla 1° obiezione di Socrate, di cui costituisce la risposta, da pag 817)

Gorgia (pag 859 - nelle ultime pagine si troverà il primo mito escatologico di Platone, la cui materia sarà stupendamente sviluppata nei Dialoghi da me nominati nel post dedicato all'anima immortale, n.7 di questa serie).

Menone (pag 937 - in particolare, leggere le conclusioni teoretiche riflessive nel capitolino che inizia a fine pag 953)


Cristina Rocchetto

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